Attraverso la fragilità

Per dare un seguito al post di ieri. Per rendere un più significativa per noi la ferita inferta ad Ignazio dalla palla di cannone e capire come può essere possibile che attraverso la ferita possano passare luce, amore e vita. Propongo una breve e bella citazione di un testo di Bernard Ugeux, missionario in Africa, teologo e antropologo.

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Accogliere la fragilità… la propria, quella degli altri. Di quelli che ce la mostrano, ce la confidano. Di quelli che la nascondono o ne hanno vergogna ma che noi indoviniamo perché stiamo loro vicino. Accogliere la propria fragilità. Dunque riconoscerla, non negarla né sfuggirla, né far finta di essere più forti. Ma cercare di addomesticarla, di non giudicarla né temerla, ma di identificarla, forse anche di darle un nome. «Attraversare la fragilità», non rinchiudervisi dentro ma procedere verso un esodo, sapendo che non ce ne libereremo mai del tutto… «Vivere con», non con una tara, ma con un limite e una chance al tempo stesso. Perché la nostra fragilità è anche una breccia che ci può aprire all’altro, quando non ci chiude in noi stessi. Essa ci rivela allora che, a causa della nostra umanità, non posiamo venirne fuori da soli. Può essere anche un invito ad andare incontro alla fragilità dei nostri simili”.


Bernard Ugeux, Così fragili, così umani, 9

Ignazio di Loyola

anno ignaziano 1

“Qui cadde ferito sant’Ignazio di Loyola il giorno 20 maggio 1521. Ad majorem Dei gloriam”

Un anno dedicato a Ignazio. A partire da oggi, 500 anni dopo quel terribile 20 maggio giorno in cui capitolò la truppa spagnola che difendeva strenuamente Pamplona e Ignazio venne gravemente ferito alle gambe da una palla di cannone. Era in fin di vita. Guarì, anche se rimase zoppo per tutto il resto della vita.

Dovette cambiare programma di vita. La sua smisurata ambizione a farsi notare a corte, ad avere successo e fama quel giorno fu infranta senza possibilità di rimedio: la fine di un uomo.

Eppure, attraverso quella ferita passarono quella luce e quell’amore che prima non trovavano brecce; proprio grazie a quella ferita così infamante potè iniziare una storia di vita piena, molto più piena di quella di prima.

Attraverso una brutta ferita.

Attraverso le nostre ferite, …

Questo è il motivo per cui l’anno ignaziano comincia oggi e con questo ricordo. Ignazio ritrova per la prima volta se stesso quando smette (è costretto a smettere) di riempirsi di immagini gonfiate e irreali di sé e si mette ad ascoltare.

Ad ascoltare chi? che cosa?

Il ricordo del 2020

Il tempo ci sta davanti, ci viene incontro, non ci prende alle spalle trascinandoci avanti come la corrente di un fiume; ci guarda in faccia, cerca il nostro sguardo e provoca le nostre scelte. Il tempo ci viene continuamente donato, è un dono continuo, dato a mani piene, senza sosta e senza misura. Noi uomini misuriamo il tempo con orologi, calendari, dividendolo in secoli, in epoche e in ere. Ma da dove viene il tempo, di misure non ce n’è: non si è soliti scandire prima e dopo perché l’istante del dono è Amore, possibilità di vita resa concreta: “Ti voglio, va’, esisti, vivi!”.

Tempo e vita: doni che possiamo solo semplicemente ricevere, e che accendono in noi la gratitudine; o -invece- doni che possiamo odiare e rifiutare perché resi intollerabili dal dolore e dalla sofferenza che abbiamo patito: “Tempo e vita! che sfacciataggine da donare a chi non ha conosciuto l’unica gioia che li apre alla fecondità e al gusto, l’Amore!”.

Così il nostro 2020 è ben di più di “un anno”, è un racconto, un tratto di cammino, un mare di ricordi, di incontri, di persone, di sfide, di riuscite e di sconfitte; di tentativi, di desideri profondi e di disillusioni. Il 2020 sono io, siamo ognuno di noi, siamo noi assieme. Il 2020 è anche il suo Donatore, che donandocelo si rivela, si mostra in controluce, riafferma il suo: “Ti voglio, va’, esisti, vivi!”. Donatore e Sorgente del tempo, Amante della vita.

Il nostro 2020, che passerà alla storia degli uomini, come tutti gli altri anni che abbiamo pazientemente contati è stato messo nel nostro cuore, nella nostra consapevolezza e nelle nostre mani. Il 2020 l’abbiamo vissuto noi, come abbiamo potuto, sia che ci siamo impegnati a coltivarlo, sia che l’abbiamo guardato dall’alto verso il basso schifandolo e gettando la spugna. Gli eventi della storia vanno oltre gli orizzonti del nostro percorso personale -sempre, è sempre stato così e sempre sarà così- scelte politiche, grandi eventi, guerre, pandemia… Non possiamo gestire direttamente questi eventi ma possiamo scegliere con quale consapevolezza viverli, che senso dare loro, come gustarli (o rifiutarli) cosa farne, cosa scegliere, da che parte stare, come inoculare il nostro infinitesimo RNA di amore in questo organismo così più grande di noi e di cui siamo parte.

Il dono del tempo, allora, il dono di ogni anno che c’è stato, che c’è e ci sarà è la strada del nostro possibile, il materiale di cui si impasta il nostro pensare, amare e agire, il nostro essere liberi (mai assolutamente, sempre in una situazione).

Un altro anno che ci ri-corda che viviamo di un grande unico dono che non ci diamo da soli (che tristezza illuderci di esserci fatti da sé! Costretti e schiacciati dal dover fare, dal dover produrre, privi di ogni gratuità ricevuta…) e che siamo invitati ad accogliere; che siamo stati invitati a custodire e a coltivare, a far germogliare e a rendere migliore.

La missione di essere umani

#quaresima20-7

Qualcuno di noi in questi giorni di sosta, di tempi dilatati, tra un video scanzonato e una foto un po’ irriverente del politico di turno (qui in Campania ci si sbizzarrisce alla grande!), desidera impegnare parte del suo tempo per pensare e “coltivarsi” un po’. Se avete questo desiderio e un po’ di tempo “tranquillo” potreste ascoltare o riascoltare l’intervento tenuto dalla senatrice italiana Liliana Segre al Parlamento europeo il gennaio scorso, qualche giorno dopo il Giorno della Memoria. Se siete genitori e avete dei figli “accondiscendenti” potreste ascoltarlo insieme a loro, perché no; e se sono piccoli commentare i fatti storici di cui si parla.

In una ventina di minuti veniamo messi in contatto con con una parte profonda della nostra persona, con una missione che, in fondo in fondo, sentiamo ci è stata affidata a prescindere dalla diversità della nostra esperienza da quella della signora Segre. Ascoltiamoci il discorso e poi riflettiamo assieme.

Intervento della senatrice Liliana Segre al Parlamento europeo, 30 gennaio 2020.

Liliana Segre non parla solo di storia, di terribili esperienze personali, di politica, di ideologie disumane: già questo potrebbe essere oggetto di riflessione e di presa di consapevolezza importanti, ma quello che apprezzo di più nelle sue parole è che parlano a ciò che di profondamente umano c’è dentro ognuno di noi. Non si piange addosso, non recrimina, non accusa, non distribuisce colpe -chiaramente non è questo il fine del suo discroso- ma racconta il proprio cammino di donna che ha saputo rileggere, con estrema fatica e profondo dolore, una vita schiacciata, deprivata e umiliata dalla violenza e da un’ideologia consapevole e disumana. Liliana è una donna che si è rialzata dal fango in cui altri l’hanno costretta e si è trasformata in farfalla.

Le sue parole ci fanno bene perché sono parole di una donna matura –maturata– direi ancora meglio, perché la forma verbale, diversamente dal sostantivo, parla di movimento, di un cammino, in questo caso lungo, aspro e in salita. Una donna che si è assunta l’onere di farsi carico della propria vita, di non lasciarla andare alla deriva, a caso, quasi come se non fosse la propria vita. Anche se le prevaricazioni e le umiliazioni profonde e prolungate alle quali fu sottoposta gliene avrebbero dato adito. Mi dà l’idea di una donna riconciliata: così, risuonano in me le parole, la presenza e la dignità della Senatrice Segre. E non intendo minimizzare la fatica che ha fatto e ancora sta facendo e che lei stessa dichiara nel discorso.

Non c’è assoluta paragonabilità tra i fatti che visse la Senatrice (e come lei milioni di persone) e i fatti che stiamo vivendo noi a causa dell’epidemia. Eppure l’umanità così solida della signora Segre ci parlano, eccome! Ci incoraggiano, ci scuotono, ci infondono speranza, ci irrobustiscono. Noi possiamo scegliere come vivere la sofferenza, l’ansia e l’angoscia di questi giorni, come lei ha scelto cosa fare della propria vita umiliata.

Questa è la missione più alta dell’umanità, ciò che rende il nostro essere uomini e donne. Sconfiggere il virus è qualcosa che ha un valore incalcolabile, eppure sconfeggere il virus è solo una parte della missione che come uomini siamo chiamati a portare a termine: farci carico di ciò che la realtà ci propone e la vita ci offre.

Penso che, e qui mi distacco dalle parole della signora Segre e ne do un’interpretazione più personale, farsi carico di un’esperienza così dolorosa e tremenda sia possibile lasciando uno spazio dentro di noi, uno spazio di vuoto e di silenzio, uno spazio-cova o incubatrice, dove i vissuti possano affiorare e maturare cioè umanizzarsi, diventare parte della vita. Per i credenti questo spazio si chiama preghiera, cioè rientrare nel tempio della propria coscienza alla presenza del Signore, per chi non crede può chiamarsi, forse, meditazione, riflessione o semplicemente interiorità. Per tutti, comunque, è un luogo imprescindibile: questa consapevolezza è uno dei doni che ci sta facendo questa quaresima-quarantena!

La benedizione di Dio su di noi

#quaresima20-6

Dio è felice della sua creazione. Così ce lo dipinge il libro biblico della Genesi ai capitoli 1 e 2. Il particolare il primo capitolo è costellato da un ritornello che ritorna: “Dio vide che era cosa buona” che ritorna 4 volte vv.12.18.21.25). La quinta volta il ritornello sottolinea l’arrivo dell’uomo e della donna e cambia significativamente: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (v.31).

La creazione è buona, è bella e lo spirito, l’intenzione della Rivelazione biblica ci rivela che il desiderio di Dio Padre creatore è che noi abitiamo la creazione con cuore fiducioso, assaporandone e respirandone la bellezza. Noi uomini sappiamo che non è sempre così. L’esperienza che facciamo ci dice che l’ambiente in cui viviamo a volte ci è ostile è tutt’altro che idilliaco ed è lontano dall’essere un “paradiso terrestre”. Considerando questi pensieri, noi che viviamo in una parte “forte” e sviluppata del mondo dobbiamo considerare anche le parti più “deboli” e fragili e siamo chiamati a farlo sempre di più globalizzando la nostra attenzione e sensibilità.

L’esperienza, dall’altra parte, ci insegna anche che donne e uomini sono sempre più minacciosi nei confronti della creazione, soprattuto nella parte “forte” e sviluppata del mondo: la sfruttiamo, la devastiamo, ne succhiamo le risorse e non la godiamo. Anche la cosa o la persona più bella del mondo cessa di essere bella qualora noi smettiamo di goderne e ne diventiamo possessori e dominatori.

La Sacra Scrittura ci riporta al desiderio del Creatore proprio perché la realtà sembra continuamente smentirlo, Essa traccia la via del ritorno, ribadisce un sottofondo musicale tenue e leggero ma continuo e magnifico.

Oggi pertanto propongo a chi lo vorrà di ricevere la benedizione di Dio creatore, come ci è stata tramandata nella Bibbia nel libro dei Numeri. Fu ripresa da Francesco e da Chiara di Assisi che solevano benedire così i propri confratelli e consorelle. nonché le persone che incontravano.

Il Signore parlò a Mosè e disse: “Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo:

“Così benedirete gli Israeliti: direte loro:
Ti benedica il Signore
e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere per te il suo volto
e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto
e ti conceda pace”.

Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò”.